Studio legale Toffano
tel: 0432 204563 - e-mail: avvrositoffano@gmail.com
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Avvocato Toffano

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Non mi ama se …

Martedì 19 febbraio l’Associazione ZeroSuTre, presso l’I.S.I.S. A. Malignani è stata ospite alla premiazione del Concorso “Non mi ama se…” sul tema della violenza di genere, dedicato alla memoria di Donatella Briosi, vittima di femminicidio. Il Dipartimento di Diritto e di Economia, nell’ambito dell’ormai consolidato progetto d’Istituto “Uguali ma diverse”, ha selezionato, tra i numerosi elaborati scritti prodotti dagli studenti, tre vincitori i quali hanno ricevuto un premio in denaro. In tale occasione, è intervenuta la nostra Presidente, l’Avvocata Rosi Toffano, la quale ha presentato l’Associazione soffermandosi sulle nostre attività e sui progetti futuri di ZeroSuTre. La Presidente ha parlato dell’importanza della formazione e della diffusione di una cultura volta a contrastare il fenomeno della violenza sulle donne, anche all’interno delle Scuole. Un particolare ringraziamento va alla Prof.ssa Nicoletta Leone, Responsabile del Progetto e a tutti i ragazzi che hanno partecipato a questa bella iniziativa. Insieme possiamo cambiare e dire una volta per tutte no alla violenza sulle donne!

Qui un breve estratto dell’intervento della Presidente di ZeroSuTre.

PRIVACY E GELOSIA: L’AMORE AI TEMPI DI FACEBOOK

Con sentenza depositata il 22 gennaio 2019, la Quinta Sezione Penale della Suprema Corte ha confermato la colpevolezza di B.D., precedentemente condannato dal Tribunale monocratico e dalla Corte di Appello di Palermo per il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.).

Secondo quanto emerso nei primi due gradi di giudizio, B.D. si era introdotto nel profilo facebook della moglie all’interno del quale aveva trovato (e fotografato) una chat “sospetta” tra la moglie e un altro uomo. Colto da spirito vendicativo, B.D. aveva poi modificato user name e pasword impedendo così alla stessa di accedere al suo profilo.

A sua difesa, B.D. sosteneva di aver scoperto tale chat per caso un giorno in cui, fuori casa, si era collegato da remoto al suo computer tramite cellulare.

Inoltre, l’imputato si difendeva affermando che chiunque avrebbe potuto accedere al profilo facebook della moglie dati i codici di accesso piuttosto comuni scelti dalla stessa.

Da ultimo, la difesa dell’imputato dubitava dell’operatività dell’art. 615 ter c.p. in quanto era stata la moglie stessa a comunicare le credenziali del profilo facebook al marito prima ancora che i rapporti fra i due si incrinassero definitivamente.

È risultata del tutto inutile la strategia difensiva del legale di B.D. in quanto già in sede di Appello erano emerse tutta una serie di circostanze comprovanti la responsabilità dell’imputato: tra queste, la conoscenza di B.D. dei codici di accesso, l’aver mostrato alla moglie, la mattina stessa della scoperta, la foto della chat incriminata (e di averla poi prodotta nel giudizio di separazione) e la prova che la connessione internet utilizzata per modificare la password del profilo della moglie fosse quella installata nella casa del padre di B.D.

La Suprema Corte ha ritenuto abusivi gli accessi compiuti dall’imputato nel profilo facebook della moglie, reputando del tutto irrilevante la circostanza che fosse stata la stessa a fornirgli le credenziali di accesso.

Accedendo al profilo social della moglie B.D. ha “ottenuto un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante rispetto a qualsiasi possibile ambito autorizzatorio del titolare dello ius excludendi alios, vale a dire la conoscenza di conversazioni riservate e finanche l’estromissione dell’account Facebook del titolare del profilo e l’impossibilità di accedervi”.

Nonostante l’autorizzazione implicita fornitagli in passato dalla moglie, B.D. non aveva il diritto, da un punto di vista giuridico, di spiare il profilo facebook dell’attuale ex moglie né tanto meno di modificarne i dati d’accesso: agendo in tal modo si è reso colpevole del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico.

Da un punto di vista umano, lasciamo ai lettori le valutazioni sulle condotte di un marito sospettoso in cerca della verità!

Cass. Pen. n. 2905_2019

Ecco cosa può accadere nel corso di una assemblea condominiale.

Il 16 ottobre 2018, il Tribunale di Udine in composizione monocratica ha assolto dall’accusa di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.) il condomino che, durante un’assemblea di condominio nella quale svolgeva funzione di segretario, tramite computer, si introduceva all’interno di uno spazio web di proprietà della moglie di un altro condomino, nonostante la diffida in senso contrario di quest’ultimo.

L’introduzione era stata possibile, in quanto la stringa di accesso alfanumerica (cosiddetto link) era stata indicata nella memoria difensiva redatta e depositata personalmente dai coniugi di fronte al Tribunale civile in un procedimento di esecuzione. In detto atto si evidenziava che da quel link si sarebbero potuti scaricare determinati documenti di cui si riportavano le diciture.

A seguito dei fatti intercorsi durante l’assemblea, il condomino coniuge del titolare di tale piattaforma web aveva presentato querela nei confronti del nostro assistito sostenendo che quest’ultimo fosse abusivamente entrato all’interno del suo spazio web, riservato e protetto da misure di sicurezza (user name e password) violando così la sua privacy.

Secondo quanto dichiarato dal querelante, tali codici di accesso erano stati forniti dai difensori del condominio della pendente causa civile, anch’essi presenti all’assemblea condominiale. Il querelante riteneva, inoltre, che tali documenti fossero riservati alle sole persone da lui autorizzate e munite di link, tra queste il giudice della causa civile.

Gli avvocati presenti in assemblea affermavano, in sede istruttoria, a) di aver messo a disposizione dei condomini l’atto contenente i link in adempimento all’obbligo deontologico del difensore di far conoscere al proprio assistito gli atti di controparte e b) che tali documenti, accessibili mediante i link, non erano protetti da alcun codice di accesso, argomentazione quest’ultima sostenuta dal consulente della difesa e confermata dagli agenti della polizia postale chiamati in sede istruttoria.

Ad istruttoria conclusa, il Giudice appurava che l’imputato era venuto a conoscenza dei soli link contenuti negli atti giudiziari e non di ulteriori codici di accesso riferiti allo spazio web del querelante. Risultava, inoltre, incontestabile che gli indirizzi delle pagine web (link) riportati nell’atto processuale del querelante consentivano l’accesso diretto a tali documenti, non essendo a tal fine necessario entrare attraverso l’home page del sito e digitare lo “user name” e la “password”.

Al Giudice competeva, quindi, valutare se la modalità di deposito (informatico e non cartaceo) degli allegati consentiva e legittimava la conoscenza dei documenti e l’utilizzo dei link non solo da parte del Giudice – come sostenuto dal querelante – ma anche degli altri soggetti in causa.

Si legge nella sentenza: “I documenti in quanto depositati dalla parte, …, costituivano parte del fascicolo della controversia civile, dovevano considerarsi prove messe a disposizione della parte e come tali conoscibili e utilizzabili anche dalla controparte”. A supporto di ciò, rileva l’articolo 76 delle Disposizioni di Attuazione del Codice di Procedura Civile il quale prevede che le parti o il loro difensori possano esaminare gli atti e i documenti inseriti nel fascicolo d’ufficio e in quello delle altre parti e farsene rilasciare copia. In aggiunta, l’articolo 27, comma 6, del Codice Deontologico Forense prevede che l’avvocato, su richiesta del proprio assistito, abbia l’obbligo di fornire a questo copia di tutti gli atti e i documenti concernenti l’oggetto del mandato.

Appaiono, dunque, del tutto infondate le accuse del querelante: il nostro assistito, in quanto parte di un procedimento civile pendente, era del tutto legittimato ad accedere a tali link al fine di poter visionare i documenti depositati dalla controparte!

Assolto perché il fatto (accesso abusivo ad un sistema informatico) non sussiste: questo il verdetto del Giudice di I° grado.

Sent. dd. 16.10.18

Intervista alla Presidente dell’Associazione ZeroSuTre

Pubblichiamo l’intervista alla Presidente, Avv. Rosi Toffano, ed alla Vice Presidente, Dott.ssa Marina Ellero, dell’Associazione ZeroSuTre contro la violenza sulle donne.

Clicca sul link! Intervista Radio Live Social

Patrocinio a spese dello Stato

cost_studio-toffanoL’Avvocato Toffano è iscritta nell’elenco degli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato (PSS).

Il DPR 30.05.2002 n. 115, Testo Unico Spese di Giustizia, stabilisce i requisiti in base ai quali è possibile essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato.

In particolare, l’art. 76, comma 4 ter, prevede la possibilità di fruire del PSS per le persone vittime di maltrattamenti, abusi sessuali, stalking, a prescindere dai limiti di reddito minimi stabiliti dalla legge. Tale ammissione è in ogni caso subordinata alla discrezionalità del Giudice. Tuttavia, la recente sentenza della Cassazione penale di data 15.02.17 n. 13497 dispone che non sia più necessario depositare la dichiarazione dei redditi, limitando di fatto la discrezionalità del Giudice.

Per maggiori approfondimenti potete consultare la categoria dedicata a questo argomento nella sezione news.

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