Revenge porn e diffusione illecita di immagini hard: la pronuncia del Tribunale di Ravenna

Condivide sul gruppo WhatsApp dei compagni di squadra una foto della ex scattata durante un rapporto sessuale: questo il caso portato all'attenzione della Dott.ssa Alessia Vicini, Giudice del Tribunale Ordinario di Ravenna nel 2019. Posto che il fatto si era verificato nel 2015, il Giudice ha ritenuto, con sentenza n. 1085/2019, la condotta dell’ex compagno – consistente nella diffusione non autorizzata a terzi dell’immagine della ragazza durante un rapporto sessuale esplicito con il partner – lesiva ai sensi dell'articolo 167  del Codice della Privacy D.lgs 196/2003 (“Trattamento illecito di dati”) il quale punisce colui che, mediante la diffusione di dati personali, arrechi nocumento all’interessato. Condividendo l’immagine, l’ex ragazzo aveva esplicitato, inoltre, l’identità della ragazza – cugina, peraltro, di uno dei componenti del gruppo WhatsApp – nella cui foto si poteva chiaramente vedere il braccio tatuato di questa. È indubbio che la condotta dell’ex abbia comportato una grave lesione della privacy, dell’immagine sociale e personale e della dignità della ragazza, nulla...
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PRIVACY E GELOSIA: L’AMORE AI TEMPI DI FACEBOOK

Con sentenza depositata il 22 gennaio 2019, la Quinta Sezione Penale della Suprema Corte ha confermato la colpevolezza di B.D., precedentemente condannato dal Tribunale monocratico e dalla Corte di Appello di Palermo per il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Secondo quanto emerso nei primi due gradi di giudizio, B.D. si era introdotto nel profilo facebook della moglie all’interno del quale aveva trovato (e fotografato) una chat “sospetta” tra la moglie e un altro uomo. Colto da spirito vendicativo, B.D. aveva poi modificato user name e pasword impedendo così alla stessa di accedere al suo profilo. A sua difesa, B.D. sosteneva di aver scoperto tale chat per caso un giorno in cui, fuori casa, si era collegato da remoto al suo computer tramite cellulare. Inoltre, l’imputato si difendeva affermando che chiunque avrebbe potuto accedere al profilo facebook della moglie dati i codici di accesso piuttosto comuni scelti dalla stessa. Da ultimo, la difesa dell’imputato dubitava dell’operatività...
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