Tra esercizio del diritto di critica e diffamazione: quando il cliente insoddisfatto si sfoga su web

Nell’era dei social e della comunicazione in rete, anche i ristoratori e, in generale, i titolari di esercizi commerciali hanno scelto di promuovere e pubblicizzare le loro attività mediante piattaforme online – facebook, istagram, tripadvisor e molti altri – per farsi conoscere e incrementare così i loro guadagni. Al giorno d’oggi, l’imprenditore decide di affidarsi al consumatore il quale, del tutto liberamente, ha la possibilità di “dire la sua” esprimendo giudizi e considerazioni, più o meno obiettivi. Così facendo, ogni persona, accedendo a tali piattaforme, potrà leggere il giudizio di un altro utente. Una sorta di pubblicità “a doppio taglio”: ricordiamoci, infatti, che una "semplice" recensione positiva o negativa può essere in grado di decretare il successo o, al contrario, il fallimento di un’attività commerciale. Ma le recensioni negative sono sempre lecite? L’utente può offendere il lavoro di più persone senza limitazioni e senza conseguenze? A queste domande ha dato risposta una recente Sentenza della Quinta Sezione Penale della Corte di...
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PRIVACY E GELOSIA: L’AMORE AI TEMPI DI FACEBOOK

Con sentenza depositata il 22 gennaio 2019, la Quinta Sezione Penale della Suprema Corte ha confermato la colpevolezza di B.D., precedentemente condannato dal Tribunale monocratico e dalla Corte di Appello di Palermo per il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.). Secondo quanto emerso nei primi due gradi di giudizio, B.D. si era introdotto nel profilo facebook della moglie all’interno del quale aveva trovato (e fotografato) una chat “sospetta” tra la moglie e un altro uomo. Colto da spirito vendicativo, B.D. aveva poi modificato user name e pasword impedendo così alla stessa di accedere al suo profilo. A sua difesa, B.D. sosteneva di aver scoperto tale chat per caso un giorno in cui, fuori casa, si era collegato da remoto al suo computer tramite cellulare. Inoltre, l’imputato si difendeva affermando che chiunque avrebbe potuto accedere al profilo facebook della moglie dati i codici di accesso piuttosto comuni scelti dalla stessa. Da ultimo, la difesa dell’imputato dubitava dell’operatività...
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